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Beta-reader… quasi editor di narrativa (parte 2)

Pierre-August Renoir, La lettrice (1880)
Seconda parte dell'articolo scritto da Cristina M. Cavaliere sulla sua esperienza nell'aiutare altri autori a revisionare i loro romanzi. 
Qui la prima parte, dove si parla delle prime due fasi di questo lavoro.

FASE TRE


Questa è una fase in un po’ più analitica rispetto alla fase precedente. Non è ancora minuziosa come la fase successiva, infatti la definirei una fase intermedia. Nella Fase due ho già preso degli appunti, come dicevo, per andare a fondo sui seguenti aspetti, non necessariamente in quest’ordine:

1. L’incipit e il finale, cioè le due parti che sono croce e delizia di ogni scrittore. Ci sono autori anche blasonati che iniziano con incipit brillanti, poi cominciano ad arrancare e crollano miseramente nei finali.
Vi sembra credibile, in Angeli e Demoni di Dan Brown, il professor Langdon che si getta dall’elicottero con una specie di tela cerata e, invece di andare a schiantarsi da qualche parte, precipita esattamente nel Tevere senza nemmeno farsi troppo male? A me no. Un altro finale assurdo l’ho trovato nel già citato Il gioco dell’angelo di Zafón: dopo molte tribolazioni che chiamano in causa esseri anche infernali, tutto finisce a tarallucci e vino. Queste cose stimolano il mio lato violento, perché ho la sensazione di aver perso denaro, se ho acquistato l’opera, e soprattutto tempo prezioso se il libro mi è stato regalato o l’ho preso in biblioteca. Scrivere un finale banale significa non mantenere le promesse, lasciare la sposa o lo sposo all’altare. Vergogna! Non si fa!

Ci sono anche autori che partono con lentezza e poi vanno spediti e concludono con dei buoni, se non ottimi, finali. Preferisco storie scritte così, dato che non appartengo alla categoria dei lettori impazienti “voglio-tutto-e-subito”; però capisco che con l’incipit si getta l’esca che acchiapperà il lettore. Ed è un dato di fatto che sull’incipit bisogna lavorare molto.

2. La coerenza interna. Nel guest-post sulla scolastica, vi facevo l’esempio del vocabolo tolto da una lezione e presentato in una lezione successiva, e come editor mi devo ricordare di toglierlo ovunque finché non è presentato “ufficialmente” in quanto lo studente non lo conosce e, appunto, è lì per impararlo in modo corretto. La stessa cosa accade con un personaggio che muore in un capitolo, e non può rispuntare due capitoli dopo, risorgendo senza un motivo. Gli esempi che si possono fare sulle incoerenze sono innumerevoli: personaggi che sembrano degli highlander perché, anche dopo aver raggiunto un’età veneranda, continuano a comportarsi con l’energia di ragazzini – e quindi attenzione all’anagrafe. Personaggi che in un capitolo hanno gli occhi azzurri, e qualche capitolo più avanti gli occhi verdi senza nemmeno dotarsi di lenti a contatto… È capitato a me, sui capelli però: nel mio romanzo Il Pittore degli Angeli Lorenzo all’inizio ha i capelli lisci. Ad un certo punto la signora inglese che me lo stava traducendo mi ha chiesto – inviperita – come caspita aveva i capelli questo qui, perché improvvisamente erano diventati ondulati. Al che ho risposto abilmente: “Sono lisci, ma ondulati in punta,” cavandomela per il rotto della cuffia.

3. Ripetizioni o necessità di arricchimento. Ogni romanzo è un organismo vivente e, come ogni organismo che si rispetti, deve essere in buona salute. Un romanzo non può avere quattro polmoni e nemmeno uno stomaco, vale a dire che il beta-reader si dovrebbe accorgere se la stessa scena è ripetuta per varie volte di seguito, come si dovrebbe accorgere se, in un certo punto, manca qualcosa d’importante, o sarebbe meglio arricchire un passaggio o scrivere una nuova scena. Rimando, sopra, al concetto di “un po’ lungo – un po’ corto.”

4. L’equilibrio tra descrizioni e dialoghi. Ci sono autori che amano con passione le descrizioni e te le infliggono lungo pagine e pagine, e con elementi minuziosamente descritti. Di ogni cosa l’autore è ansioso di comunicare peso x altezza : 2, colore, posizione nello spazio e, passando dal grande al piccolo, il numero degli atomi di cui è composto l’oggetto, e così via all’infinito. Penso che questa sia una caratteristica abbastanza comune di chi è alle prime armi. Io stessa mi ricordo che, molti anni fa – perché a volte mi sento l’età della vecchissima Morla ne La storia infinita (non so se ricordate, era quella grossa tartaruga che sbucava dalla caverna e, starnutendo, quasi spazzava via il ragazzino Atreju) – piuttosto che inserire un dialogo mi sarei fatta cavare un litro di sangue. Trovavo che il dialogo abbassasse il livello narrativo, chissà perché. Oltretutto ho quasi sempre scritto romanzi storici, dove una certa dose di descrizione è inevitabile, e quindi il tutto acquisiva la densità del cemento armato.

Viceversa, ci sono autori che inseriscono dialoghi come se piovesse, e qui apro un sottopunto doveroso, e un grido di dolore:
  • è della massima importanza capire chi sta parlando in un dialogo. Non costringete il vostro povero lettore-cavia (qui l’espressione ci sta bene) ad andare all’inizio del paragrafo, o del capitolo, per ripassare battuta per battuta e comprendere se è A, B, C o D che parla, o se c’è un errore nella sistemazione dei dialoghi. Il lettore è come un cieco che deve essere aiutato a vedere la scena, e se nemmeno l’autore ci riesce, non si può pretendere che il beta-reader non faccia volare il manoscritto fuori dalla finestra. Di solito perdono qualsiasi cosa, ma questo è un difetto che mi fa salire il sangue agli occhi. Cito l’opera L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, un testo-base per il femminismo, che non sono riuscita a finire a venti pagine dalla conclusione perché non capivo un accidente chi stesse parlando nei dialoghi, oltretutto misti tra italiano e siciliano.

Ritornando a bomba, ritengo ora che siano un’arma formidabile per far affezionare i lettori alla storia, e far decollare alcuni punti un po’ mosci. Li scrivo molto volentieri, inserendoli in punti strategici. Attraverso uno scambio orale, si può rivelare più dei personaggi che non, appunto, fornendo lunghe descrizioni; poi sta al lettore giudicare. Com’è ovvio, i dialoghi non devono essere banali, ma lievemente, forzatamente ordinati e, soprattutto, significativi. Siccome il kaos nella vita regna sovrano, non possiamo ripetere alla lettera un dialogo così com’è; dovremo essere il dio ordinatore non solo della storia, ma anche del parlato dei personaggi.

5. La cura dei personaggi. Altra cosa che l’autore non dovrebbe fare è abbandonare al suo destino un personaggio, per quanto odioso sia. Ognuno di loro merita un adieu più o meno cruento, a seconda delle intenzioni del suo creatore. Molte volte mi è capitato di chiedermi alla fine di un romanzo: “Perbacco! Ma dov’è finito Gigetto? Era là alla fermata dell’autobus che aspettava Pasqualina… l’autobus è arrivato? Che ne è di lui?” e di mettermi in ansia come una mamma che, nella fretta di comprare le verdure dall’ortolano, d’improvviso si è ricordata di aver lasciato il bimbo per la strada. Vado indietro, e ancora indietro, e scopro che Gigetto è rimasto alla fermata dell’autobus, nessuno lo degna di uno sguardo ed è ormai coperto di licheni: l’autore si è dimenticato di lui, e pure Pasqualina. Mi spunta una lacrima, che scivola lentamente sulla guancia: se non si pone rimedio alla sua infelice sorte, rimarrà per sempre da solo alla fermata dell’autobus, prigioniero nella sua bolla spazio-temporale cartacea.

Altra cosa che mi turba è permettere a un “cattivo” di fare il bello e il cattivo tempo per la maggior parte del romanzo, e poi liquidarlo in tre paginette. Un esempio è La mano di Fatima di Falcones: siamo nel 1568 e, stanchi di ingiustizie e umiliazioni, i moriscos, i musulmani spagnoli convertiti a forza, si rivoltano contro i cristiani che li hanno costretti alla conversione, in un focolaio che dalle Alpujarras si estenderà in maniera incontrollata e con episodi di violenza atroce. Ebbene, nel romanzo accade proprio questo: il malvagio di turno si accanisce sui due giovanissimi innamorati (e sul lettore) che se lo ritrovano sempre in mezzo ai piedi; poi, verso la fine del romanzo, Falcones lo liquida in quattro e quattr’otto. Probabilmente era anche sfinito, poverino – si tratta di un romanzo storico corposissimo di circa seicento pagine e denso di documentazione – però la cosa a me ha lasciato l’amaro in bocca. Considerazione del tutto opinabile, beninteso.

(continua...)
Cristina M. Cavaliere

L'AUTORE DI QUESTO GUEST POSTCristina M. Cavaliere (Milano, 1963), pseudonimo di Cristina Rossi, lavora come editor e ricercatrice iconografica nelle redazioni dell’editoria scolastica di lingue straniere. Dal 1990 ha pubblicato una serie di romanzi storici, fra i quali Una Storia Fiorentina, ambientato nella Firenze medicea di fine 1400 e Il Pittore degli Angeli, che ha come protagonista il pittore veneziano Tiziano Vecellio. Nel 2012 è apparso La Colomba e i Leoni – I La Terra del Tramonto, ambientato nel periodo storico della Prima Crociata, pubblicato poi nel 2014 da Silele edizioni. Nel 2016 verrà pubblicato il seguito, La Colomba e i Leoni – II Le Strade dei Pellegrini. Ha appena terminato la stesura del dramma storico teatrale Il Diavolo nella Torre, che ruota attorno alla figura di Bernabò Visconti, e che verrà rappresentato a Trezzo sull’Adda. Blogger e appassionata di letteratura, gestisce anche il blog Il Manoscritto del Cavaliere, riguardante tecniche di scrittura e recensioni di romanzi, ma anche tutte quelle arti visive che contribuiscono ad arricchire ogni forma di narrazione.

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Commenti

  1. Ho letto con attenzione tutti e due i post.
    Grazie Cristina, ora attendo il terzo! :)

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    1. Prego, carissima! So che sei anche tu un'attiva beta-reader, e quindi mi auguro che vi siano spunti utili. :-)

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  2. Interessante, anche più della prima parte dire, quindi mi aspetto i fuochi d'artificio nella prossima :D
    Sulla coerenza interna devo dire che grossi errori non ne ho mai trovato, ma in genere si tratta di tante piccole incoerenze che danno una brutta sensazione di trascuratezza. Un classico è l'età dei personaggi non coerente, l'ho trovato nel 90% dei manoscritti letti (quindi consiglio agli autori, scrivetevi la data di nascitta dei vostri personaggi ;) anche i minori)
    Ripetizioni o parti trascurate è un classico di chi è alle prime armi, si impara :)
    Equilibri descrizioni/dialoghi è un criterio valido in generale, ma ci sono casi in cui questo equilibrio cade dando alla luce opere bellissime, quindi direi un rquisito importante, ma da trattare con cautela.
    I personaggi orfani lasciano l'amaro anche a me ;) (anche se nella vita reala a volte capita che qualcuno scompaia e basta). Oltre che per i personaggi vale anche per altri elementi della storia, le cosidette pistole di Cechov, ma magari sono argomento del prossimo post.

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    1. Nella prossima parte ci saranno veri e propri effetti speciali, come il salto nell'iperpazio!

      Per quanto riguarda le piccole incoerenze, siamo tutti esseri umani e tutti sbagliamo, io per prima (pare che persino Umberto Eco abbia commesso un paio di errori ne "Il nome nella rosa"). Quindi non mi dà fastidio vederne qualcuno, bensì constatare la mancanza di logica come nell'esempio che ho fatto in "Angeli e demoni". Un conto è scrivere romanzi ironici e surreali, dove tutto può accadere come in "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve" (delizioso!), un conto un thriller con pretese di verosimiglianza.

      Personalmente sono terrorizzata dall'infilare qualche assurdità parlando di anagrafe dei personaggi, anche perché ho una pessima memoria per numeri e date. Scrivo romanzi storici e quindi utilizzo una mescolanza di personaggi inventati e persone veramente esistite. Nella stesura di un mio romanzo un cavaliere cristiano stava intrattenendo una dotta corrispondenza con Bernardo di Chiaravalle. Ho fatto quattro conti e ho visto con orrore che Bernardo all'epoca aveva solo dieci anni...

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    2. Su piccole incongruenze come i capelli lisci o mossi probabilmente neanche me ne accorgo, quelle sono proprio sottigliezze, però le incongruenze nel comportamento dei personaggi quelle sì, le sento o certe imprecisioni o approssimazioni ad esempio ne descrivere il lavoro del protagonista (non per niente king suggerisce di parlare di ciò che si conosce), i numeri invece mi saltano all'occhio, sarà che sono ing? :D
      Aspetto gli effetti speciali ;)

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    3. Sulle sottigliezze, hai ragione, bisogna proprio essere pignoli per natura oppure addetti ai lavori. Per la professione che svolgo, io lo sono di necessità e in modo particolare sulle illustrazioni. Se nella vignetta di una Lesson un omino ha i capelli con un certo taglio, e nella vignetta successiva è lo stesso omino, deve avere un'identica pettinatura.

      Sulle professioni che non si conoscono, da una parte inserirle è rischioso, dall'altra affascinante perché ti si schiudono nuovi orizzonti... come nell'iperspazio. ;-)

      Se necessario, è bene documentarsi oppure, meglio ancora, parlare con l'esperto di turno (a meno che non sia un monaco medievale morto e sepolto sotto la lastra di una chiesa, ma in questo caso ci sono i saggi). Quindi, se si vuole inserire un apicoltore in un romanzo, ad esempio, andare a vederlo all'opera e intervistarlo, api permettendo.

      Se sei ing allora sei indubbiamente avvantaggiato nei numeri! Io non ho proprio memoria, il che è drammatico per chi scrive di Storia. Su queste cose lavoro su schemi in Excel con colonne e celle incrociate per non perdermi... .

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    4. Come giustamente dici, descrivere un lavoro che non conosci necessita ricerca. Molto spesso gli autori alle prime armi mettono nelle loro storie personaggi che fanno mestieri che loro non conoscono, nella lettura si sente (poi c'è sempre il rischio che ti legga qualcuno che quel mestiere lo fa sul serio). Insomma il consiglio di descrivere ciò che si conosce dato dal re resta valido, con la postilla, se non lo conosci conoscilo. Comunque almeno all'inizio conviene partire dal facile ;)

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    5. Parole sante, anzi sacrosante! Poi, appunto, ti legge l'esperto e sai che figura? Nel mio caso non è il monaco medievale defunto, quanto lo storico medievista con il sopracciglio alzato.

      Sì, poi è inutile partire lancia in resta con un romanzo di seicento pagine e cento personaggi, meglio scaldare i muscoli con un racconto breve.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Più ti addentri nell'argomento, più diventa evidente come sia impossibile fare un buon lavoro senza l'aiuto di un altrettanto buon editor (e non credo che i buoni editor si trovino a ogni angolo, nemmeno quando si parla di editori importanti). :)

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  5. Purtroppo gli editor sono le prime figure a essere tagliate nelle case editrici, e la cosa si nota eccome, viste certe pubblicazioni! Inoltre l'editor viene spesso confuso con il correttore di bozze, che è ugualmente importante, ma il cui lavoro è diverso.

    Ad un certo punto l'autore non ha più lo sguardo limpido sulla propria opera, e quindi ha bisogno di un occhio esterno dal cristallino intatto! ;-)

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  6. Bellissima anche la seconda parte! Si vede che tu l'editor lo fai di mestiere. Credo, però, che un lettore beta con tutte queste competenze e quest'attenzione sia quasi introvabile...

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    1. Grazie del complimento, Tenar, mi fai arrossire.

      Nel guest-post sulla scolastica ho volutamente dato solo un'infarinatura, il lavoro è talmente complesso e ci sono talmente tante cose da tenere sotto controllo che, infatti, si impara poco per volta. Tanti aspetti che, in qualche modo, si sono riflessi sulla mia attività di beta-reader e anche di scribacchina!

      Il primissimo incarico che mi avevano dato era riportare i refusi per una ristampa corretta. Il passo successivo era stato quello di preparare un brief per gli illustratori e così, un pezzo per volta, ha imparato. La stessa cosa si fa con gli autori: si fa provare a scrivere dei Test, o dei compiti vacanze, qualcosa di semplice. Certo non gli si fa scrivere subito un intero corso. Così dovrebbe essere, penso, per chi scrive narrativa.

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  7. Io ho salvato primo e secondo intervento. Queste sono autentiche lezioni che è bene avere sempre a portata di mano. Complimenti, ora aspetto la terza puntata.

    Penso che i dialoghi dicano tantissimo di una storia, forse più delle parti descrittive, ma che, contrariamente a quanto possa sembrare, non sia per niente facile gestirli: la credibilità, spesso, è compromessa dall'esigenza di rendere il parlato curato stilisticamente e io ho trovato pagine di dialoghi inverosimili fra i personaggi proprio sulla base di ciò: mi viene in mente il libro di Andrea De Carlo "Lei è Lui" dove il protagonista, scrittore, si spertica in dialoghi affettatissimi con la protagonista, con un modo di dire le cose che, nella realtà, sarebbe di una pesantezza incredibile.

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    1. Grazie del tuo gentile commento, Marina! Mi auguro che queste puntate siano utili, e chissà che con il tempo non possano essere arricchite da nuovi paragrafi, proprio grazie alle vostre osservazioni.

      I dialoghi sono importantissimi, sia perché alleggeriscono la pesantezza delle parti descrittive sia perché imprimono vivacità alla scena. Non è un caso che, quando vi sia un dialogo, l'attenzione del lettore istintivamente si alza. Equivale a vedere la scena di un film, o uno scambio in teatro. Come ben dici, sono un'arma a doppio taglio però: bisogna farne buon uso, altrimenti risultano banali e noiosi, e perdono completamente la loro funzione.

      Di De Carlo avevo letto un solo libro suo, probabilmente non il suo migliore ("Yucatan") e mi era passata la voglia di leggerne altri.

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  8. Mi sono fatta la stessa domanda anch'io per Angeli e Demoni di Dan Brown. Un'americanata. E di tutti è quello che mi piace di meno.
    Purtroppo credo che, se non si è un editor "di mestiere" come nel tuo caso (anche se per la scolastica), si riesca a far bene l'editor solo per storie altrui. L'occhio è probabilmente obiettivo quando non abbiamo scritto noi. Me ne rendo conto perchè ultimamente tendo a "vivisezionare" (ma un testo non è vivo...) anche i romanzi che leggo così...
    Ieri sera m'è capitato un paragrafo: prima riga "si alzò"; seconda riga "prima che si alzassero tutti". Casa editrice LAIN. Non se ne sono accorti?!

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    1. Ciao, Barbara! Io avevo trovato inverosimili anche alcune situazioni de Il Codice Da Vinci: ma come, erano tutti in piedi da ventiquattr'ore, tra fughe su veicoli di ogni genere, inseguimenti, ricerche e rebus, e a nessuno "calava la palpebra", come dire?

      Essere obiettivi è sempre più facile quando non siamo coinvolti in prima persona. Nel mio lavoro, è una vera e propria condanna: noi editor siamo come delle casalinghe e dei casalinghi che sfaccendano tutto il giorno, e poi alla sera arriva a casa il marito (leggi: il direttore editoriale) e nota soltanto il dito di polvere rimasta sulla mensola, e non il resto della casa che brilla.

      Sui passaggi di certi romanzi credo dipenda molto anche dalle traduzioni frettolose e approssimative. Se sono autori italiani, invece, non c'è scusa che tenga!

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    2. erano tutti in piedi da ventiquattr'ore, tra fughe su veicoli di ogni genere, inseguimenti, ricerche e rebus, e a nessuno "calava la palpebra", come dire?
      Adrenalina. L'adrenalina in circolo nel sangue è peggio di un'overdose. L'adrenalina è quella che il cervello rilascia in quantità spropositate in caso di pericolo, è quella che mi ha tirato fuori da un'auto rovesciata al buio di notte in campagna dal finestrino opposto. L'adrenalina è quella che dopo due ore di allenamento non ti lascia dormire e, anzi, vorresti pure farti una bella corsetta chilometrica che i muscoli già son belli caldi e scattanti. L'adrenalina è quella che tiene svegli noi informatici che siamo costretti a rilasciare aggiornamenti in produzione di notte, dalle 2 alle 4 (che mica possiamo bloccarvi l'home banking o il bancomat di giorno) e proseguire con l'assistenza tutto il giorno successivo. Adrenalina. Anche un buon caffè doppio, ma nulla come l'adrenalina. :)

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    3. Hai ragione, non avevo pensato all'adrenalina! ... che è poi anche quella dei guerrieri nei miei romanzi medievali mentre combattono. Sarà che ho avuto da sempre solo incontri ravvicinati con delle ottime tazze di caffè, indispensabili per svegliarsi al mattino. :-) Il massimo della mia adrenalina sono le discussioni con direttori editoriali e autori.

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  9. Concordo in pieno in ogni passaggio e mi ritrovo nella stesso tuo sdegno dinanzi a certe scelte narrative assai discutibili in tanti romanzi, anche "blasonati", sì.
    Un buono scrittore anzitutto ama la coerenza, non cerca effetti, può decidere per una narrazione piana ed equilibrata e raggiungere perfettamente il suo scopo. Sto leggendo "Stoner" di Williams, un esempio assoluto in tal senso.

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  10. Grazie del tuo intervento, Luz! Nei romanzi di Dan Brown, a parte i finali assurdi, ho avuto spesso la sensazione di un eccessivo sviluppo dei capitoli nei primi 2/3 e poi di un "tirar via" alla fine... come se non avesse più pagine a disposizione.

    Purtroppo siamo talmente abituati alle narrazioni "mordi e fuggi" e piene di effetti speciali da avere acquisito il grado di concentrazione di un pesce rosso... con tutto il rispetto per il pesce rosso. :-)

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  11. Ho notato che P.K. Dick in molti suoi romanzi non è in grado di dare un finale sufficientemente forte. Ottima la storia, l'approfondimento dei personaggi, la costruzione del mondo fittizio, ma manca un finale... più incisivo a volte.
    Se posso permettermi, non ti preoccupare di non mettere troppi dialoghi. C'è chi usa questa tecnica in maniera molto efficace: per esempio Fredric Brown la usava moltissimo nei suoi racconti. Sto leggendo adesso Solaris di Lem e anche lui scrive pagine e pagine senza dialoghi, tenendo il lettore sulla corda con descrizioni di letteratura scientifica (fittizia) davvero ben realizzate e mai noiose.

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    1. Di Dick conosco più i racconti, e lì in genere il finale è azzeccato. Ma anche dei romanzi che ho letto non ricordo finali particolarmente deboli. Sai dirmi un esempio?
      Di Solaris stai leggendo la versione integrale o quella tagliata che era uscita in origine in Italia? Perchè io ho letto la versione integrale e quei passi di letteratura scientifica li ho trovati abbastanza noiosi e inutili alla trama.

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    2. @Marco: di P.K. Dick ho letto quasi tutto, anche se molti anni fa. Mi era venuta l'infatuazione di Dick, e non la rinnego. Secondo me era uno scrittore geniale in molti sensi.

      Non so quali fattori intervengano nei finali deboli, molte volte ho la sensazione che sia questione di pura stanchezza. Ho appena terminato il colosso "Mondo senza fine" di Ken Follett (1300 e passa pagine). I primi 2/3 del romanzo sono splendidi davvero - chapeau! - ma alla fine mi sembrava di vedere la pentola con il minestrone girato e rigirato, e gli stessi fagioli che affiorano.

      Grazie della tua opinione sui dialoghi! :-)

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    3. @Grilloz: di Dick ho letto sia romanzi che le raccolte di racconti. La fantascienza è un genere che mi sarebbe piaciuto trattare, ma non ho la competenza necessaria per farlo.

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    4. Io di fantascienza ne ho letta tanta tanta, diciamo che a casa mia la si respirava nell'aria in famiglia, eppure ancora non mi sento in grado di parlarne ;) lo lascio fare ai Lippi e ai de Turris.

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    5. Figurati io che a scuola arrivavo al 6 scarso ed ero profondamente disprezzata dalle mie insegnanti! Preferisco scrivere romanzi e racconti storici, sperando di non sbagliare troppo anche lì... :-)

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    6. @Grilloz: i racconti sì, OK, ma in alcuni romanzi mi è sembrato che non riuscisse a dare un finale "forte" e che a un certo punto spegnesse la narrazione di netto, oppure che fosse un po' sbrigativo. Mi vengono in mente La Svastica sul sole, Scorrete lacrime disse il poliziotto, Illusione di potere, La penultima verità.
      Solaris penso sia la versione integrale, a me piacciono queste digressioni di falsa letteratura scientifica su mimoidi, simmetriadi e asimmetriadi, gli danno una concretezza e un realismo come come quando leggo i testi di neuroscienze.

      @Cristina: anche a me è venuta un paio di anni fa, ho letto tutti i racconti e quasi tutti i romanzi, me ne mancano un paio di fantascienza e quelli mainstream (e l'Esegesi... non so se avrò mai il coraggio di leggerla...). Combinazione parlavo di Dick poco tempo fa nei miei spazi.
      Per trattare fantascienza comunque alla fine non è necessaria grande preparazione tecnica, perchè invece di scrivere di hard SF si può scrivere di fantascienza sociologica appunto come Dick.

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    7. Di quelli da te citati ho letto solo la svastica, e, onestamente, il finale non lo ricordo, il che propende per la tua tesi.
      Anche leggendo in giro ho visto che molti appasionati di HardSciFi preferiscono di Solaris proprio quella trattazione scientifica, io invece ero più attratto al lato psicologico. Personalmente ho preferito il film con Cloney (tanto vituperato dagli appassionati) al romanzo. Sono gusti :D

      Per trattare di fantascienza intendevo parlarne, non scrivere racconti. Se dovessi scrivere un trattato sull'evoluzione dell'idea di alieno nella fantascienza, per dire, non mi sentirei in grado, pur avendo letto molto ;)

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    8. Anch'io non ho letto l'Esegesi, proprio come te! Hai ragione sul resto: e forse Dick mi piace proprio per quello, non occorre grande preparazione tecnico-scientifica per apprezzarlo. Certe ossessioni sono comprensibilissime.

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    9. Il mio commento subito sopra è @Marco, ma Grilloz mi ha bruciato a un soffio dal traguardo! :-)

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  12. Molto interessante anche questo post, concordo moltissimo sul rapporto incipit e finale, è vero occorre mantenere le promesse, un finale deve essere all'altezza del l'incipit è di tutto il libro.
    Riguardo alle descrizioni e ai dialoghi trovo che sia necessario il giusto equilibrio tra i due, sono importanti entrambi ma devono essere sapientemente dosati perché un libro sia avvincente e scorrevole.

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    1. Ciao, Giulia! E' proprio come dici: secondo me incipit e finale sono le due colonne laterali dell'ingresso a un tempio. Se una delle due è debole, si corre il rischio di qualche crollo.

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    3. mi piace questo blog, ma spiegate, ad uno che si è inserito adesso cosa'è un lettore beta? Aria

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    4. Ciao Aria! Un lettore beta è una persona che legge in anteprima uno scritto, poi comunica all'autore impressioni, eventuali errori o possibili miglioramenti. "Beta" si riferisce alla figura che effettua test preliminari in informatica.
      Di solito è un amico o un conoscente non professionista (di rado le figure editor e lettore beta coincidono).
      Spero di essere stata chiara :)

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