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10 cose da evitare nei dialoghi


Saper scrivere un dialogo efficace vuol dire essere già un grande passo avanti nella stesura di un buon romanzo. I dialoghi infatti rappresentano la parte più vivace e coinvolgente della storia: chi non ama assistere alle conversazioni tra i personaggi? Naturalmente a patto che queste siano interessanti, accattivanti, realistiche e funzionali. Tutte cose più facili nella teoria che nella pratica!

Nella prima stesura della storia io non mi preoccupo troppo dei dialoghi e li butto giù così come vengono. Quando poi rileggo, mi accorgo delle mille cose che non vanno e devo fare moltissimi cambiamenti, tagli, aggiunte e così via. Tra queste mille cose che non vanno ne ho scelte dieci alle quali secondo me andrebbe prestata attenzione...

Cosa andrebbe evitato quando scriviamo un dialogo?

1) Banalità, convenevoli, scambi di battute prevedibili e inutili. Questo tipo di frasi ha un valore solo se contiene un sottotesto, altrimenti non c'è bisogno che i personaggi si salutino ogni volta che si incontrano. Il dialogo ideale deve sembrare spontaneo ma non esserlo davvero.

2) Appiattimento della voce, con personaggi che usano tutti lo stesso modo di parlare, tutti copie probabilmente di come parliamo noi, con espressioni che si ripetono e passano da persona a persona. Al contrario, è importante rendere riconoscibili gli interlocutori con modi di esprimersi distinti e coerenti con la personalità.

3) Prolissità, ripetizioni di cose già dette. Un dialogo in un romanzo deve essere un condensato di quella che sarebbe una conversazione normale nella vita reale. Per me il dialogo più bello è quello che trasuda intensità.
Allo stesso modo andrebbe evitato un tono pontificante e didascalico (a meno che non sia tipico di chi parla). Il dialogo deve scorrere, dovrebbe essere la parte più fluida e brillante della narrazione, non assomigliare a una predica o a una lezione.

4) Troppe informazioni e spiegazioni. Avete presente i dialoghi riassuntivi che si vedono nelle serie tv, quelli destinati unicamente a ragguagliare il lettore su qualcosa? Io li detesto. E' vero che una conversazione tra personaggi è il mezzo migliore per informare il lettore di qualcosa, ma non va fatto in modo troppo palese. Quando ci si accorge che l'autore usa il dialogo per ricordarci fatti accaduti e così via, è parecchio antipatico. Inoltre, le persone mentono e non dicono quasi mai quello che pensano davvero, non stanno sempre a giustificare le loro azioni e a spiegare tutto per filo e per segno...

5) Eccesso di mistero, allusioni a cose che il lettore non conosce, frasi criptiche e incomprensibili. D'accordo che un dialogo è una conversazione spiata dal lettore, ma se risulta troppo ermetica l'interesse viene meno rapidamente. Non capire cosa sta succedendo è fastidioso tanto quanto assistere a troppe spiegazioni.

6) Linguaggio troppo colloquiale, pieno di intercalari, frasi fatte, parolacce. Per essere credibile un dialogo non necessita di queste cose, al limite possono essere dosate. A questo proposito cercate di non copiare troppo i dialoghi di film e telefilm: sullo schermo l'effetto di certe battute è molto diverso che nella narrazione scritta.
Per inciso, mi è capitato di leggere certi scambi di battute terrificanti, pieni di mugugni, "naaa", "epperò" e così via. No comment!
Allo stesso modo andrebbe evitato il dialetto. Ci sono eccezioni, è vero, ma è meglio pensarci bene prima di usare qualcosa di non comprensibile a tutti.

7) Nessun movimento di scena, nessun accenno alla situazione e al luogo in cui si svolge il dialogo, nessuna gestualità o azione vera e propria. L'effetto sospensione nel nulla, da quello che noto in giro, è l'errore più comune nei dialoghi.

8) Ignorare le convenzioni in uso. E' sufficiente attenersi all'esempio di un qualsiasi libro stampato per capire come usare virgolette, trattini, ecc. A proposito di questo tipo di errori, ho visto mettere un segno di paragrafo nelle frasi di attribuzione: oltre che sgradevole, confonde parecchio chi legge. La regola è mandare a capo dopo che qualcuno finisce di parlare e nel paragrafo vanno incluse le azioni legate al personaggio.

9) Eccessivo uso di frasi di attribuzione. All'inizio di un dialogo è bene chiarire chi dice cosa, ma non è necessario (anzi è un po’ pesante) precisare ogni volta chi parla. Ne ho parlato anche qui: Dialoghi: a proposito del verbo "dire" e simili.

10) Troppi avverbi di modo, precisazioni sul tono di voce usato dai personaggi. Può essere importante chiarire al lettore il "come" viene detta una determinata frase, ma l'abuso è sicuramente da evitare. Sono aspetti che idealmente si dovrebbero intuire dal contenuto stesso della frase, anche se non è sempre immediato e a volte un avverbio è proprio necessario.
 C'è poi chi usa a questo fine molti puntini di sospensione e punti esclamativi, ma anche di questi va fatto un uso saggio: metterli a pioggia, più che dare l'effetto voluto, fa sembrare il testo infantile.

In definitiva, secondo me un buon dialogo è il risultato di molti compromessi, tra realismo e finzione, cose dette e non dette, e così via.

E secondo voi, cos'è che andrebbe evitato?

Commenti

  1. Ah, il dialogo... È davvero croce e delizia per chi scrive. Non so cos'altro va evitato. So che io vorrei scrivere dialoghi come faceva Hemingway. "Colline come elefanti bianchi" per me rimane il modello a cui puntare.

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    1. Sono una grande sfida, ma anche una delle parti più divertenti secondo me da scrivere in un romanzo. E avere un modello è un'ottima idea.

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  2. Dialoghi e flashback sono forse le parti di testo che mi danno più piacere in fase di scrittura.
    Nei miei tendo a evitare il più possibile lo slang, anche nei dialoghi giovanili. Secondo me un dialogo letterario non dovrebbe mai conformarsi al 100% al dialogo parlato quotidianamente, mentre noto spesso questa tendenza.

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    1. Anche a me piace molto scrivere entrambi. Io all'inizio me ne andavo in giro ad ascoltare le conversazioni della gente (lo so, suona un po' da matti) per copiarle, poi mi sono resa conto che certe frasi scritte non suonano affatto bene. Neppure i dialoghi giovanili, a meno che non si vuole scrivere una specie di commedia alla Verdone.

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  3. Mi piacciono tanto i dialoghi e mi pareva di saperli fare discretamente se non bene, poi l'attuale editore mi ha mandato una mail di fuoco sui miei dialoghi, troppo simili al parlato, ma il parlato- scritto è diverso, ora secondo ma ha esagerato, lui è un purista mi ha corretto "armadio a muro" sostituendolo con "scansia" tanto per dirvi come interviene sul testo, però ho dovuto rivedere le mie convinzioni circa il dialogo e ora sono un po' confusa. In ogni caso le parolacce mai, nè nei dialoghi nè altrove!

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    1. Scusa ma perché "armadio a muro" non andava bene?! Va bene che il parlato-scritto è diverso, ma frasi troppo formali non suonano un po' ridicole in bocca a un personaggio non formale?

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    2. Eh hai ragione, in un dialogo ma anche non in un dialogo "armadio a muro" non mi pare male, alla fine a furia di scansie e compagnia bella io non so più quando uscirà il romanzo, perchè se si vuole sottolizzare a 'sti livelli chiaramente la revisione si fa eterna. Bacio Sandra

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  4. Direi che sono pressoché d'accordo con te, su ogni punto.
    Unica cosa, io direi di capire sempre prima il tipo di racconto che si vuol scrivere. Perché se si tratta di un racconto di strada, parolacce-intercalari-imperfezioni sono necessarie. Odio quando uno sbandato parla come un personaggio scespiriano, per intenderci.

    Moz-

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    1. Giusta osservazione, tutto dipende da chi parla e dal genere. E non si può negare che c'è anche chi sa scrivere dialoghi brillanti pieni di imperfezioni, intercalari, ecc.

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  5. Uhh *_* quanto è difficile scrivere?!! Non sarei mai capace di stare a tutte queste condizioni ,a devo dire che hsi espresso tutti i concetti con una chiarezza quasi irrazionale ^^ wow *_*

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    1. ahhahahaha! Quanto è vero, è difficile scrivere. O perlomeno lo è se si vogliono fare le cose fatte bene, e anche quando si fa del proprio meglio c'è ancora modo di migliorarle. Non ti ho scoraggiata, vero?!

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  6. Argh, che orrore sono gli spiegoni da fiction italiana, che servono a evitare che il decrepito pubblico di Mamma RAI si perda! :D

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    1. Hai ragione :D
      Sulle fiction italiane di Mamma RAI ce ne sarebbero da dire di cose... !

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  7. Aggiungerei un undicesimo punto: la festa dei punti esclamativi, stra-usati nei dialoghi.
    Come diceva Elmore Leonard: non si dovrebbero mai usare più di 2/3 punti esclamativi ogni centomila parole. Dialoghi compresi.

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    1. Anche io li sopporto poco, ma ancora i meno i puntini di sospensione. So di farne spesso uso quando scrivo, e infatti in fase di revisione mi tocca ripulire per bene.

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  8. La personalizzazione dei dialoghi è forse la cosa più difficile: io sto scrivendo una storia con molti personaggi, e vorrei identificarli meglio. Lo farò in sede di revisione :)

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    1. All'inizio sembra difficile creare voci distinte, ma secondo me con il tempo in qualche modo la personalità (se ne esiste una, ovviamente) tende a venire fuori quando si scrivono i dialoghi. Quindi abbi fede :)

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  9. Sei stata chiara ed esauriente come al solito… e non aggiungerei altro all'elenco. In effetti bisognerebbe mettersi in mente che i dialoghi scritti non sono e non devono essere come quelli che vedi in un film, perché lì c’è il supporto visivo: sono proprio due linguaggi differenti! Ogni tanto io provo a recitare i miei, per vedere “l’effetto che fa”, come cantava Jannacci.

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    1. Grazie, Cristina. Sull'esauriente non ne sono così sicura, probabilmente di cose ce ne sarebbero ancora da dire! Metterli in scena sembra una cosa utile, devo provarci :)

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  10. Condivido quello che pensi (e prendo appunti), una cosa in particolare non mi piace proprio. L'uso delle parolacce. Sì, ci stanno, le conosciamo tutti; ma un conto è dirla/scriverla in privato (per essempio, una mail tra me e te), altro è dirla gratuitamente fra molti. Ma siccome sono tollerante, transeat. Nel redigere un racconto però...

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    1. Sono d'accordo, infatti i miei scritti sono sempre "puliti" in questo senso. D'altra parte non se ne può fare una regola assoluta, perché un certo tipo di linguaggio potrebbe essere obbligatorio per caratterizzare alcuni personaggi.

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    2. Assolutamente sì. Io intedevo l'uso della parolaccia in modo del tutto gratuito e in un conteso più ampio.

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  11. Condivido in pieno e mi sembra giusto e utile ricordare qui la Supermaestra dei dialoghi Ivy Compton-Burnett, autrice di capolavori fatti solo ed esclusivamente di dialoghi.

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    1. Ammetto la mia ignoranza: non ho letto neppure un suo libro (da quello che ricordo). Che cosa suggeriresti di suo in particolare?

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  12. Dare una voce specifica a ogni personaggio è difficile, ma al tempo stesso facile, se sei riuscito a calarti bene nei suoi panni. Sai cosa aggiungerei tra le cose da evitare? L'effetto ping-pong (ogni tanto lo cito perché in prima stesura ci casco spesso): "Luisa è una vera pettegola." "Pettegola? Ma se tu sparli di tutto e di tutti." "Sparlo di chi se lo merita." Pettegola-pettegola, sparli-sparlo e così via. Per correggere questa e altre pecche cerco di mandare qualche risposta fuori centro. Nella realtà succede spesso, e mi sembra che faccia un bell'effetto. Gergo, dialetto & co. li uso il minimo indispensabile, ma in certe situazioni ci stanno, come la parolaccia. Il romanzo che sto finendo di scrivere è per ragazzi, e sarebbe impensabile una "pulizia" totale. Comunque i dialoghi mi piacciono moltissimo.

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    1. Sì, è vero può venire facile quell'effetto, sempre secondo me per colpa dei dialoghi televisivi. Cosa intendi per risposta fuori centro? Nel senso una non-risposta?
      In effetti, nella realtà non è che i dialoghi vengano portati avanti in modo ordinato...

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  13. È certamente ben definita e condivisibile la tua visione di dialogo. D'altronde, dipende dall'obiettivo a cui si punta, le carte da giocare sono certamente molte. Personalmente credo che ogni scrittore o presunto tale, debba essere prima di tutto se stesso, aldilà delle convenzioni e dalle infinite regole che si possono imparare. Come sempre, essere fedeli al proprio modo di agire nel quotidiano, renderà tutto più semplice e poi "se saranno rose fioriranno". Diversamente sarà comunque un piacere scrivere, anche solo per il gesto di farlo. Buona scrittura.
    Pier

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    1. Certo, penso che quella che si chiama "la voce" deve essere presente anche nei dialoghi. Ognuno ha il suo stile, al di là di regole e convenzioni, che non devono ingabbiare ma solo guidare.

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  14. Adoro questo post e lo trovo particolarmente ben fatto.
    Tutto chiarissimo e condivisibile, tranne secondo me la parte sul linguaggio colloquiale, anche se vedo che sono in minoranza. Ben lungi dal giustificare parole volgari dietro ogni angolo, credo che queste, comunque, siano da dosare in base alla situazione e, soprattutto, in base a chi le pronuncia. L'eccesso di volgarità o di riferimenti agli slang giovanili spesso caratterizza un personaggio.

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    1. Grazie, Giordana. Sono più che d'accordo sul valutare la situazione in merito al linguaggio colloquiale, è vero che non si può generalizzare. Sarà che a me è capitato di trovare esagerazioni un po' fastidiose in questo senso, come se per giustificare una certa caratterizzazione si indugiasse troppo in questo linguaggio. Comunque, alla fine è anche una questione di gusto personale, no?

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  15. Per me sarà molto importante, soprattutto in fase di revisione, caratterizzare i personaggi attraverso il linguaggio: essendo un romanzo corale, sono molti, di estrazione diversa, di genere, livello culturale e provenienza geografica diversa. Mi sono letta “il milanese imbruttito”, dal momento che buona parte della storia è ambientata lì, per deviare espressioni tipicamente in uso laggiù, cercando però di non esagerare troppo, per non creare tante copie del Marco Ranzani di Zelig. Sto cercando di individuare una serie di espressioni che possano identificare meglio il personaggio, rendendolo immediatamente riconoscibile, e mi sto anche facendo aiutare da amici che possono suggerirmi qualche espressione

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  16. Consigli preziosi. Non ti si può dire nulla, complimenti.

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    1. Grazie. Detto da te poi mi suona come un gran complimento, ne devi vedere di dialoghi terrificanti... :)

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  17. Forse il vero scrittore si misura proprio in questo campo. Il dialogo è il momento del confronto fra due o più personaggi e sbagliare, rendendolo ridondante, eccessivo, inappropriato, potrebbe rovinare una buona narrazione. Credo che leggere i grandi classici, quelli stranieri in buone traduzioni, sia fondamentale per carpire i segreti dello scrivere ottimi dialoghi.

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    1. Hai ragione, è un bel banco di prova. Io in fase di revisione sono spesso insoddisfatta del risultato e i miei dialoghi mi sembrano ancora lontani da quelli che leggo sui bravi autori.
      E sì, gli esempi dei grandi classici possono aiutare, tenendo magari conto che ormai si parla in modo diverso :)

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    2. Pare che il buono scrittore non sia mai pienamente soddisfatto, gioca a tuo favore. ;-)
      Una delle mie passioni è stare molto attenta ai dialoghi nei film. Ultimamente ho trovato splendidi i dialoghi del film "Grand Budapest Hotel", per altro pluripremiato.

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  18. Io seguo una regola istintiva: la spontaneità; ovviamente rispetto grammatica e congiuntivi, e se c'è da alleggerire la narrazione con qualche venatura ironica o comica ci "stanno" anche i puntini, gli esclamativi e le parolacce, se servono a caratterizzare un personaggio. Per il resto, penso che nulla sia più noioso e illeggibile della banalità nei dialoghi: per quanto paradossale mai come in questo caso è fuori luogo "parlare come un libro stampato"!

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    1. Vero, è un'espressione che calza bene in questo caso. Nei dialoghi si deve sentire la spontaneità, altrimenti suonano falsi e ci tolgono dall'illusione di essere immersi in una realtà "vera".
      Grazie per il tuo contributo.

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